Vorrei assegnare un 110 e lode alla spedizione paralimpica italiana, capace di portare a casa 71 medaglie, quasi il doppio della squadra olimpica. Più di Australia e Germania, solo quattro meno della Francia. Il bacio accademico va invece alla compagine ucraina, riuscita a cogliere il podio in ben 80 occasioni. Un risultato veramente eccezionale.
110 e lode anche a chi si è dato da fare, nel trattare questo evento, facendo emergere specialmente il lato agonistico di quella che è una competizione. Sportiva, ma competizione di atleti che aspirano al gradino più alto del podio. I partecipanti a queste gare non sono buoni per definizione, la menomazione fisica non amputa niente della umanità di persone in carne ed ossa capaci anche di usare la cattiveria degli sportivi dal fisico scolpito dalla mano di Dio. Motivo per cui andrebbero tenute nello stesso momento olimpiadi e paralimpiadi.
110 e lode, poi, a chi è riuscito a non farsi attrarre dalla retorica del super uomo. Olimpionici e paralimpionici non hanno superato i limiti della specie umana, non ne incarnano la perfezione morale, non sono arrivati dove sono per il fatto di aver creduto di poter oltrepassare ogni ostacolo. Hanno avuto la fortuna di trovare l’ostacolo giusto per loro, quello che, con una dose d’impego e sacrificio non comuni, gli è stato possibile superare. Perché l’impossibile, questo sì, è tale per definizione. In quanto uomini “di sostanza”, che si muovono nella storia, non ci è possibile, con il solo pensiero, di cambiare certe situazioni materiali.
Va tenuto a mente, infine, che la vita in condizioni di disabilità ha milioni di motivi per essere considerata degna: non penso debba rientrare tra questi la possibilità di ottenere 15 giorni di celebrità per una conquista sportiva.
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